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fenomenologia di “avengers – infinity war”

“Avengers: Infinity War” è la terza puntata del tormentone che da dieci anni perseguita noi marvellofili e che vede, tra varie peripezie, la collaborazione di pezzi grossi quali Ironman, Capt. America, Thor, la Vedova nera, Spiderman and so on per la salvezza dell’umanità.L’operazione in realtà si è composta, nel trascorrere del tempo, da tutta una serie di pellicole a corredo, dedicate ai singoli supereroi dell’universo Marvel, a loro volta sempre più intrecciate e coordinate man mano che le saghe avanzavano, tra loro e con il filone principale.

Il collegamento si è rivelato infine essere la presenza delle “gemme dell’infinito”, pietre primordiali dell’universo, ciascuna idonea a conferire il controllo su una dimensione dell’essere e della realtà (tempo, anima, spazio, mente, realtà, potere) e delle quali una misteriosa entità, mandante di tutti i cattivi della serie, cerca di impossessarsi fin dal primo atto di tutta la vicenda, il Capitan America ambientato negli anni Quaranta.

Con l’Avengers: Infinity War si è finalmente disvelato il regista occulto dell’impossessamento delle gemme, un tal Thanos che non consiglieremmo avere quale vicino di casa, perché aduso a sbriciolare e ricomporre a pezzetti i suoi propri figli, ammazzare i collaboratori-terroristi dopo averli armati di tutto punto, decimare qua e là le popolazioni dei pianeti.

Ciò che fa sobbalzare sulla sedia (inizia spoiler) è il manifestarsi dell’obiettivo dell’amico mortifero: egli vuole tutte le gemme dell’infinito – idonee a conferire un potere pressoché d’onnipotenza – non per le banali facezie quali dominare il mondo, divenire Imperatore unico del tutto e/o l’essere più potente dell’Universo, sciocchezzuole da lasciare ad un Jafar qualsiasi… bensì “realizzare il proprio destino”. Che sarebbe: dimezzare (sì, così, un po’ a ca…volo… ‘ndo cojo cojo) la popolazione di ogni pianeta di ogni galassia dell’Universo. A cominciare dalla terra. E ciò in quanto la troppa popolazione ingenera, alla lunga, miseria e dispersione delle risorse naturali.

Non so voi, ma con un malthusiano del genere, a fronte del quale un Sartori qualsiasi coi suoi editoriali sul Corriere sembra quasi un pro-life, noi siamo letteralmente impazziti. Sarà che fin qui i cattivi avevano impressionato fino ad un certo punto, dal Teschio Rosso pauroso ma un po’ demodè, al Loki credibile finché però non veniva strapazzato da Hulk, all’Ultron con complesso padre-figlio non tanto convincente, ma Thanos accipicchia già prima viaggiava per la Galassia radunando le popolazioni in eccesso dei pianeti e facendole fuori aggratis con il suo esercito; le gemme gli servono solo ed esclusivamente per fare prima. “Uccidi gli uomini e la chiami pietà” gli dice la figlia-figliastra Gamora; e davvero Thanos si sente benefattore, progettando per sé solo un buen ritiro – e nessun titolo, carica o ricompensa – qualora riesca a compiere la missione.

Bene, bravi, uno dei migliori cattivi mai visti in casa Marvel e soprattutto in casa Disney. Ma il meglio deve ancora venire, perché di là ci sono pur sempre i buoni. E qual è la “forza dei buoni”? Lo dice fin da subito un ritrovato Steve Rogers, lo riprende il Dr. Strange nel momento cardine del film: “Noi non scambiamo uomini”… neanche per una causa superiore, neanche per un risultato più grande, neanche, in ipotesi, perché il sacrificio di uno potrebbe “salvare tutto il popolo”, gli Avengers mai e poi mai consegnano, sacrificano o abbandonano uno dei loro.

Eh insomma, impressiona e commuove: ieri, come oggi, come sempre, ed anche nel fantastico e a volte distopico mondo MARVEL, nella fedeltà al principio del valore e della inviolabile dignità di ogni singolo uomo, di ogni persona, non sacrificabile per logiche superiori né strumentalizzabile a null’altro, sta il segreto e la forza dei buoni. E, forse, anche il discrimine per riconoscerli e distinguerli dai “finti” benefattori.

 

di Matteo Fortelli, avvocato

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