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nove inchini

“Sai papà quanti inchini si devono fare prima di un match di judo?” racconta divertito mio figlio, prima media, “Nove!”. Incuriosito dalla statistica, chiedo lumi.

“Quando entri in palestra, quando esci, all’allenatore, prima e dopo l’incontro all’avversario, al pubblico, all’arbitro e… alla mamma!”, la risposta.

Sempre più confuso, nell’ilaritá ormai diventata generale (quando un figlio prende in giro il papá, di solito con una scelta fra “cattivissimo papá”, “papino puzzone” o “panciagrassa”, gli altri tre accorrono immediatamente), cerco di approfondire il curioso rito.

Apprendo così, tra mille risate e battute, che un compagno di classe è assiduo frequentatore della disciplina e, ai saluti rituali – non più di tre -, di sua iniziativa ha aggiunto altri e altri inchini, che oramai ripete a tutte le gare e che elargisce, beato e benedicente, anche ad allenatori, parenti ed amici, nella simpatia generale.

Penso al bel gesto che questo sport propone, di rispetto per avversario e arbitro, così efficace che questo bambino lo ha assunto come codice per trasmettere affetto a chi vuol bene.

Mi ricorda un film, di pallacanestro, “Coach Carter”.

Coach Carter è chiamato a risollevare la disastrata squadra del suo ex-Liceo. Introduce così una serie di regole che, prima di quelle sportive, sono volte a dare l’impostazione di fondo del suo rapporto coi ragazzi. Chiamarsi sempre reciprocamente “signore”. Presentarsi in giacca e cravatta il giorno della partita. Soprattutto, mantenere una buona media voto nelle altre materie, aspetto rivoluzionario perché solitamente, nel sistema americano, i “buoni” nelle squadre sportive della scuola la sfangano nelle altre materie; salvo poi ritrovarsi impossibilitati a frequentare un College decente e finire sostanzialmente sulla strada.

Prima di mettere mano alle “regole proprie” della “scienza cestistica”, a coach Carter preme il rispetto. Rispetto per se stessi, per il valore incommensurabile di persona che ognuno rappresenta, e che va ben oltre il basket; rispetto per l’eguale incommensurabilità del valore degli altri.

Prima di imparare la tattica, la tecnica, il tiro, i movimenti – aspetti propri della pallacanestro, che seguono giustamente le loro proprie regole e non si possono sostituire con una “avemaria” – coach Carter attinge ad altro, alla dimensione etico-morale, che precede la specificità della disciplina e che però rappresenta l’architrave del tutto.

A noi pare che molte scienze, dalla medicina (“lasciate decidere a noi medici”) alla politica (quanto pesa su un mancato accordo di Governo il ripudio di ogni rispetto per l’avversario nella precedente campagna elettorale?), invece di incartarsi su se stesse alla ricerca di soluzioni “tecniche” tutte interne al loro solo ambito, dovrebbero “uscire” ed attingere alla sfera morale, troppo spesso squalificata in nome di un preteso realismo, ma in realtà – nella vera realtà – unico strumento per sollevarsi dagli impasse, anche quelli cosiddetti “tecnici”.

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