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le promesse da marinaio sull’Acquarius

Chi scrive ama la politica, ed è convito che la sua natura sia quella di cambiare, sempre e solo in meglio, la vita delle persone. Insomma, non riesco a pensare ad un’accezione “in malus” della parola “politica”. Qualcuno, addirittura, si è spinto a definirla “la più alta forma di carità”, facendole assumere, il modo netto e deciso, il “semplice” rango di virtù teologale.

In queste ore, mentre scrivo, si susseguono nel mainstream le più disparate prese di posizione (molte non richieste) sulla vicenda della nave di ricerca e soccorso “Aquarius”, appartenente alla Ong “SOS Méditerranée”. Su Google, appena si scrive “nave” il motore di ricerca completa inesorabilmente la ricerca suggerendo “Nave Aquarius”; su Twitter #Aquarius è il 1º trend topic in Italia, e 6º nelle tendenze mondiali.

L’Aquarius, per vicende che non sono oggetto di questo pensiero, trasporta seicentoventinove persone. Tra queste, undici bambini, sei donne incinte. E la conta l’ho voluta appositamente stilare in parole e non in numeri, perché – do una notizia – non stiamo parlando di numeri. Stiamo parlando di persone. Stiamo parlando di umani. Stiamo parlando di persone umane che hanno le mie stesse sembianze, che provano caldo come lo provo io, che sentono freddo come lo sento io, che si stancano come mi stanco io, che sorridono come sorrido io.

Il mio Ministro dell’Interno (perché è il “mio” Ministro dell’Interno al di là del nome, del cognome, del colore politico, perché non possiamo chiedere rispetto delle istituzioni se non lo abbiamo noi per primi) ha disposto che tutti i porti italiani non facciamo attraccare Nave Aquarius, intimando a Malta di farlo. Segue stucchevole rimpallo di responsabilità tra Roma e La Valletta.

Non ho chiavi di lettura da dare, tantomeno risposte. Io ho una domanda, e spero di non essere l’unico ad essersela posta: “Ma che fine ha fatto l’uomo?”. Qual è la giustificazione che ci consente di voltare le spalle a seicentoventinove persone? E non serve scomodare eventuali parabole che trattano di abitanti della Samària, per motivare quell’intimo sentimento che ognuno di noi dovrebbe avere: quello di aiutare l’altro.

Cosa e perché ci ha fatto regredire così tanto da tornare alla legge “della Savana”, al “mors tua vita mea”? A malincuore registro che la politica ha perso totalmente di vista l’uomo, le sue aspettative e i suoi bisogni. Ciò ne causa l’autodistruzione. Che ce ne facciamo di una politica che se ne infischia delle aspettative dell’altro? Vogliamo davvero metterla sulla provenienza? Sul sangue? A tal punto siamo disposti a discriminare?

La politica che ho imparato ad amare è quella che non lascia indietro nessuno, quella che ci hanno tramandato i nostri padri Costituenti, i quali con l’articolo 2 della Carta fugarono ogni dubbio: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”.

Non mi pare ci sia più tempo, dobbiamo fare in modo che non vinca la politica del “Prima io. Forse, poi, penso a te”. Una promessa, come dimostra la vicenda Aquarius, da marinaio.

di Oscar Distefano, laureato in Giurisprudenza

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