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essere e appartenere

La vicenda della scorta di Fico mostra esemplarmente una realtà “esistenziale”: nessuno “appartiene” pienamente a sé stesso. Roberto Fico, una volta eletto presidente della Camera, piaccia o meno, ha infatti cessato di essere un semplice cittadino, per diventare “uomo di Stato”. 

E non un “uomo di Stato” qualunque, ma la terza carica dello Stato.

Con questo (come fa giustamente notare anche Mattia Feltri: http://www.lastampa.it/…/luomo-di-stato-5UAvQ3q…/pagina.html) lui ha perso la sua libertà di decidere su tanti aspetti della sua vita. Alcune cose a lui non sono più concesse, tante cose non le potrà più fare, quanto meno finché mantiene la sua carica istituzionale. Non potrà permettersi di fare bungee-jumping o un bel tuffo da una scogliera con gli amici o di non curarsi dall’influenza o un bel tour in moto da solo, coast-to-coast dagli Appennini alle Ande. Nè – appunto – rifiutare una scorta o un auto di ordinanza (blu, verde, rossa… poco importa).

Non può più. Perché dalla sua integrità psico-fisica dipende (non solo simbolicamente) anche l’integrità ed il funzionamento di un organo costituzionale. E questo oramai riguarda non più lui, ma la nazione intera. Ma questo, nel nostro piccolo, vale un po’ per tutti, senza bisogno di essere “uomini delle istituzioni”. Se uno, ad esempio, prende seriamente il suo essere padre, allora sa di non essere più libero di non occuparsi della sua sicurezza e della sua salute. Sa di dover evitare il bungee-jumping o il lancio col paracadute o di non curarsi, perché il suo stare male, al limite il suo morire, oramai non interessano più solo lui, ma (anche) la sua famiglia, che ne trarrebbe dolore e problemi gravi. Se io prendo seriamente l’essere docente, allora so di non essere più libero di scegliere se studiare o non studiare, se e cosa leggere, se aggiornarmi a mio piacimento in base ai miei “gusti”, perché dalla mia preparazione passa la preparazione degli studenti che mi seguono; e dalla loro preparazione passa tanto tanto altro (per esempio, l’essere un domani giudici o funzionari o avvocati capaci di servire bene i cittadini).

Se ci prendiamo seriamente, scopriamo cioè di non “appartenere” più del tutto a noi stessi, ma (ci piaccia o meno, ne siamo o meno consapevoli, non importa) “apparteniamo” anche a coloro di cui abbiamo la responsabilità, siano essi figli, studenti o (a maggior ragione) il Popolo italiano.

di Francesco Pepe Ricercatore di Diritto tributario

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